“Che bello!” – Filosofia con i bambini

“Che bello!” è una storia semplice semplice, scritta da Antonella Capetti e illustrata da Melissa Castrillon, che dimostra come si possa fare filosofia con i bambini. La tesi è vecchia quasi quanto la filosofia stessa. La sosteneva già Epicuro circa duemilatrecento anni fa nella lettera a Meneceo: non si è mai troppo giovani, né troppo vecchi per filosofare, perché non si è mai né troppo giovani né troppo vecchi per essere felici.

Una bambina raccoglie un bruco, lo guarda, ed esclama: “come sei bello!”. Il punto esclamativo diventa subito un punto di domanda gettato come un amo nella mente del bruchetto: “cosa vuol dire bello?” Sebbene rivisitata in stile linguistic turn, la domanda ha ancora tutto il sapore del socratico ti estì. E socratico è il modo di procedere dello strisciante protagonista che interroga uno dopo l’altro tutti gli animali della foresta senza trovare mai una risposta che resista alla confutazione dell’amica cornacchia, pennuta epigona del demone socratico, incarnazione alata del momento negativo della dialettica, vero motore del procedere dello spirito.

“Questo è bello!” risponde l’orso col muso nel miele. Ma no, gracchia la cornacchia, quello è buono! L’amico orso ha fatto due errori in un sol colpo. Il primo è quello di aver portato un esempio concreto ove gli si chiedeva una definizione, il secondo di aver scambiato il bello con il “piacevole”. Ogni volta che si cerca una definizione occorre saper tracciare una linea di demarcazione, indicare un confine tra ciò che una cosa è e ciò che essa non è. Il bello non è il piacevole. Certo possono apparire simili, l’uno e l’altro piacciono, ma piacciono in modo diverso. Il miele, osserva la cornacchia, piace all’orso, la foglia al bruco, il bruco alla cornacchia.

Insomma, converrebbe Kant, il miele è oggetto di un desiderio tutt’altro che disinteressato. L’orso non si limita a contemplarlo e non desidera condividerlo, ma vuole goderne in modo esclusivo, lo vuole per sé. Esso soddisfa una sua particolare inclinazione, un gusto che riposa nella dimensione empirica della soggettività e che non pretende di elevarsi all’universale. Per dirla in modo semplice e con una battuta, l’orso non si offenderà certo se il bruco preferirà la propria foglia al suo miele. 

Conoscere, si sa, vuol dire trovare le differenze. La dialettica procede a definire i concetti più “per forza di levare” che di porre. Per via di negazione abbiamo stretto il campo intorno al nostro oggetto di indagine, togliamo via il piacevole e vediamo cosa ci rimane. 

Procedendo in questo modo il piccolo protagonista confuta uno dopo l’altro gli scoiattoli, il topo, il cervo, la talpa… e la stessa cornacchia in una negazione della negazione che sembra votare l’indagine allo scacco. Ma proprio quando scende la notte e il buio avvolge ogni cosa, la verità della bellezza si manifesta nello splendore di uno spettacolo che rimane innominato. “Che bello!” esclamano in coro gli animali col muso all’insù.

Il percorso socratico ha condotto sulla soglia di una risposta kantiana: il bello è ciò che piace in modo universale, disinteressato e senza concetto.

Che sia un bruco, poi, a porsi sulle tracce della bellezza sembra tutt’altro che casuale. Ci piace pensare che  il protagonista, dopo aver imparato a riconoscerla fuori, possa trovare in sé la bellezza presagita dalla bambina all’inizio della storia e che alla ricerca intellettuale corrisponda una effettiva trasformazione del soggetto che la compie.

Con gli occhi dell’artista

Occorrerebbe imparare a guardare con gli occhi dell’artista. Ecco un buon esercizio di trasformazione di sé e del mondo.

In una recente conferenza a margine della mostra d’arte contemporanea E luce fu, il filosofo Silvano Petrosino ha sostenuto che la peculiarità dell’artista è la capacità di guardare. Ne siamo capaci tutti in realtà, ma spesso ce ne dimentichiamo. Ci limitiamo a vedere, ma non guardiamo. Siamo affetti da una certa debolezza dello sguardo, da una sorta di cecità che dipende solo da noi. In esergo alla sua Piccola metafisica della luce Petrosino cita Saramago:

“Se vuoi essere cieco, lo sarai”.

J. Saramago, Cecità, Einaudi, Torino 1996, p. 124.

Ma che differenza c’è tra vedere e guardare? E qual è la facoltà dell’artista che dovremmo esercitare? Quando vediamo senza guardare, le cose sono presenti nel nostro campo visivo in una sorta di indifferenza. Esse si limitano ad apparire. Le vediamo, ma non ne cogliamo la specificità, l’unicità. Alla modalità del vedere si accompagna un certo modo di considerare la cosa come oggetto d’uso. Si tratta di una modalità del tutto naturale, indispensabile. Ma siamo capaci anche di un altro sguardo. Guardare significa in primo luogo prendersi cura della cosa che si guarda, considerarla non più in funzione della sua capacità di soddisfare il nostro bisogno, ma per quello che è.

“Da cosa si distingue l’artista dall’uomo comune? – E poi ognuno di noi è anche artista – Esattamente dal fatto che l’artista si prende cura, si sofferma, su quello che invece nella nostra vita quotidiana è semplicemente un oggetto”.

Mercoledì dell’arte contemporanea con Silvano Petrosino e Vanna Pescatori, Fondazione CrC

guardare le cose con gli occhi dell'artista
P. Cézanne, Natura morta con mele, olio su tela

Petrosino porta un esempio semplice ma significativo. Le mele che vediamo al mercato e che scegliamo per fare una torta le valutiamo sulla base del loro essere per noi buone, sane ecc… L’artista – poniamo ad esempio Cezanne – è in grado di sospendere questa modalità di rapportarsi alla cosa e la guarda in un modo nuovo, che la lascia essere quello che essa è in sé. Ciò che lo sguardo dell’artista guarda e che la sua opera conserva non è una mela tra le altre, ma questa mela. Nella prospettiva di Petrosino, dunque, la specificità dell’arte non risiede tanto nel rendere visibile l’universale nel particolare, ma nel far risplendere il particolare, lasciando che esso si stacchi dallo sfondo indistinto a cui il cieco vedere quotidiano lo lascia ancorato. Se il vedere fa apparire la cosa, il guardare la lascia risplendere, lascia che essa sia se stessa. Petrosino nomina qui un movimento che è al contempo un andare verso la cosa e un indietreggiare. Opera, tra le pieghe di questo discorso, una certa logica dell’ospitalità sulla quale dovremo tornare.

Lo sguardo dell’artista si prende cura della cosa lasciandola essere quello che è. L’essere se stessa della cosa è il suo splendore. Nel quadro di un’estetica dell’esistenza dovremmo chiederci: cosa succederebbe se oltre a imparare a vedere il mondo e gli altri con gli occhi dell’artista riuscissimo anche a piegare quello sguardo su noi stessi, sulla nostra stessa vita? Essa uscirebbe dalla dimensione anonima e ripetitiva di quella quotidianità standardizzata in cui a volte si perde e la vedremmo risplendere della sua unicità. Smetterebbe di essere una vita e si rivelerebbe come questa vita.

Guardare se stessi con gli occhi dell’artista significherà allora aver cura di sé, lasciarsi essere ciò che si è, accogliersi.